ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE: QUALE MODELLO?

Antonia Romano

Alcuni autori, che si occupano di ricerca sociale, per valutare le condizioni di benessere di un paese, accanto alle dimensioni socio – sanitaria, economica, ambientale, prendono in considerazione l’abilità di assumersi rischi, di creare gruppi, di produrre sinergie tra diversi settori e tutto quanto può essere ricondotto a processi che contribuiscono a sviluppare capitale sociale. In realtà, questi ultimi rappresentano le condizioni necessarie per sviluppare le altre dimensioni. Tutti gli elementi che contribuiscono a definire lo stato di benessere di un paese, possono anche essere sviluppati, divenendo visibili, senza porre attenzione ai processi e alla costruzione di tessuto sociale, ma difficilmente, in queste condizioni, riescono a interagire per creare sinergie, sostenendosi e implementandosi a vicenda. [Falck e Harrison, 1998, p.612]

In ambito sociale, la costituzione di associazioni di promozione sociale rientra nelle azioni che contribuiscono a sviluppare capitale sociale. Le associazioni di promozione sociale svolgono un ruolo difficilmente sostituibile da altre realtà, perché pongono al centro delle azioni un agire concreto ed esperito, che si compie all’interno di “luoghi di socialità”, dove si costruisce il capitale basato su beni immateriali, frutto di esperienze condivise, capaci di alimentare legami sociali tra soggetti che interagiscono a diverso titolo. Tutto ciò rappresenta un capitale importante per la società: “…quanto più le persone sono capaci di sviluppare relazioni significative e costruttive, tanto più il benessere della società aumenta, perché aumenta la possibilità di vivere e sviluppare legami che sostengono le persone nei loro bisogni, nei loro desideri e nelle loro attività: è come se le persone acquisissero una maggiore fiducia nella possibilità di investire sui rapporti” [Pratiche di civiltà – L. Mortari, C. Sità – Erickson – Trento 2007]. Esiste, tuttavia, una questione legata al tipo di relazioni che si possono creare tra i membri di un’associazione e come queste relazioni possono portare un contributo alla dimensione macrosociale. Può, infatti, accadere che si creino forti legami interni all’associazione, la quale rischia di chiudersi al resto della comunità: si condividono principi di solidarietà molto forti, ma prevale il senso di beneficio individuale che ogni azione di volontariato produce in chi la compie. La società non riceve alcun bene da questo tipo di azione, che porta a rinforzare un’identità dell’associazione sempre più definita e omogenea. In altri casi prevale, invece, la capacità di creare legami e mobilitare risorse all’interno di una comunità nel suo insieme. L’associazione non è più un insieme chiuso, ma prevede varietà di identità, stili di vita e idee al suo interno. La società trae così beneficio dall’impegno proiettato verso l’esterno, anche se, all’interno dell’associazione, si può correre il rischio di costruire legami meno forti tra i membri. Ovviamente, come in ogni contesto che ha a che fare con l’essere umano, non si ha una condizione oppure l’altra. Non vale la legge del bianco oppure nero. Si possono prevedere tutte le sfumature cromatiche tra un estremo e l’altro, evitando di etichettare un’associazione come “bounding” oppure “bridging”, se ci rifacciamo alle definizioni di Putnam oppure come “communal” o “linking”, se ci rifacciamo alle definizioni di Girtel e Vidal.

Un’associazione di promozione sociale nella quale mi identificherei, aderendovi e contribuendo al suo sviluppo, fa riferimento agli scritti di Hanna Arendt, che in Vita Activa [ Bompieri – Milano – 2001] individua come passaggio fondamentale per la nostra società il momento in cui ha cominciato a evidenziarsi, in maniera sempre più marcata, la separazione tra pubblico e privato. Quelli che possedevano beni e ricchezze, invece di “reclamare l’accesso alla sfera pubblica a causa delle loro ricchezze, chiedevano ad essa protezione per l’accumulazione di ulteriori ricchezze….il pubblico era divenuto funzione del privato”. L’attuale situazione socio economica del nostro paese è un evidente esempio di quanto afferma la Arendt: chi possiede beni e ricchezze non si pone al servizio della comunità per favorire la realizzazione di bene comune, ma utilizza il bene comune in funzione del proprio bene individuale e la sfera pubblica è il luogo in cui il soggetto persegue i propri privati interessi. Un’associazione di promozione sociale dovrebbe porsi come obiettivo primario generare legami e relazioni che si muovano verso l’altro, i suoi bisogni, i suoi desideri, senza guardare all’altro con occhio compassionevole, ma contribuendo, alla costruzione di bene comune, che si concretizzi nel favorire emancipazione sociale attraverso l’istruzione e la formazione delle persone che vivono situazioni di disagio sociale, economico, culturale. Ciò dovrebbe avere ricadute positive anche sulla nostra società, sensibilizzata da azioni di divulgazione e di presentazione dei progetti e del loro stato di avanzamento. Le azioni che si configurano come volontariato pongono, tuttavia, un’altra questione di cui è necessario avere consapevolezza quotidianamente: ogni dono, ogni azione di solidarietà, finisce con il creare inevitabilmente asimmetrie di potere tra chi offre e chi riceve. Questo diventa molto più evidente se si asseconda un approccio al volontariato caratterizzato da atteggiamenti di “portatori di emancipazione e di benessere”, tipico di chi, secondo una falsa idea di uguaglianza, attribuisce alla disuguaglianza accezione esclusivamente negativa. Plussi afferma che “L’idea/ideale dell’autonomia come autosufficienza e l’esasperazione dell’idea/ideale di uguaglianza hanno impedito di elaborare culturalmente la disparità, tratto costitutivo della condizione umana e motore dell’agire effettivo” [Pedagogia politica, In M. Tarozzi (a cura di) – Pedagogia generale. Storie, idee, protagonisti. Milano – Guerrini 2001] L’associazione di promozione sociale dovrebbe fare riferimento a un’idea di disuguaglianza vissuta in modo positivo, come motore di dinamismo, possibilità di presa in carico personale, assunzione di responsabilità e partecipazione. L’atteggiamento che ci si propone di perseguire è quello della rottura di gerarchie e di asimmetrie di potere, nell’azione di volontariato, perché si vuole valorizzare, e l’espressione “promozione sociale” ne è chiaro indicatore, la relazione di scambio reciproco, vivendo la disuguaglianza come occasione per interagire promuovendo la socialità in entrambe le direzioni, in una relazione biunivoca che può essere connotata facendo riferimento ad alcune parole chiave, particolarmente significative: fiducia, empatia, reciprocità, autonomia, responsabilità individuale.

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Un commento

  1. […] mi sembra interessante e che ben si colloca a supporto del mio precedente articolo sull’associazionismo a scopo di promozione sociale e culturale.Ne riporto il link riservandomi di leggerlo in modo più […]

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