CHARLES DARWIN E LA FINE DEL DOGMA CREAZIONISTA

charles-darwinCharles Darwin è una complessa figura dell’Ottocento britannico, importante per l’elaborazione di una teoria che rappresenta la soluzione all’enigma dell’origine delle specie. È stato uno dei più grandi rivoluzionari che fino ad oggi ci consegna la storia delle scienze e notevole è stato l’impatto delle sue teorie sul pensiero religioso e sulle concezioni circa l’origine degli uomini e delle donne.

Prima di Darwin dominava un dogma: un dio onnipotente ha creato le cose così come appaiono. Tutto convergeva verso quest’unica soluzione: i cicli della luna e delle stagioni, animali e piante perfettamente adattati al loro ambiente, organi e apparati che, svolgendo le funzioni in cui sono specializzati, permettono agli organismi di vivere e di riprodursi. L’armonia dell’Universo era espressione della perfezione divina. Alla domanda del perché le cose andassero così e non altrimenti si dava una sola risposta: un dio pensante aveva dato forma alla natura seguendo un suo progetto preciso, che poneva gli uomini, più che le donne, al centro dell’universo.

Questa visione, indubbiamente antropocentrica, è stata demolita da quello che, senza tema di smentita, può essere definito come un approccio rivoluzionario di Charles Darwin allo studio dell’evoluzione delle specie viventi. Tale approccio si manifesta innanzitutto attraverso l’abbattimento dei confini tra le forme e la messa in discussione della loro distribuzione discreta e attraverso il rovesciamento del “paradigma dell’aberrazione”: laddove si consideravano degenerazioni le diversità rispetto alla forma prevista dai criteri di classificazione, che si basavano su somiglianze e differenzia macroscopiche e sugli adattamenti agli ambienti di vita, Darwin parlò di “variazioni” individuando in esse le basi su cui può agire la selezione naturale.

La natura, dunque, agisce dal suo interno attraverso la selezione naturale che non può esserci senza variazioni e queste variazioni altro non sono che il risultato di mutazioni casuali.

Darwin fece esperimenti sulla dispersione dei semi delle piante, per trovare conferme all’ipotesi che la diversità tra varietà o razze si possa spiegare in termini di divergenza e dispersione da un ceppo comune.

Da lui in poi il dogma del dio creatore delle forme della natura si è frantumato e il caso, insieme alla necessità dell’adattamento all’ambiente, hanno acquisito il ruolo di fattori determinanti per la biodiversità, indispensabile bacino perché si realizzi l’evoluzione delle specie viventi.

La forza rivoluzionaria delle teorie darwiniane era ben chiara a sua moglie, Emma Wedgwood, che temeva le conseguenze delle scoperte di Charles. Gli scriveva dei suoi timori «…pur sapendo che con coscienza e sincerità tu desideri e cerchi di trovare la verità e che questo non può essere sbagliato». Le opinioni religiose di Emma erano radicate nella sua fede unitariana. Secondo l’Unitarianismo la salvezza dipendeva dal seguire le Sacre Scritture, fonte di verità. I seguaci di tale credo religioso non credevano nella Trinità e Gesù era nulla di più di un attento e coerente seguace delle scritture. La confessione religiosa di Emma era in contrasto con la chiesa anglicana e questo credo non conformista fu ritenuto illegale fino agli inizi dell’800. Invece Charles Darwin, che pur aveva affrontato studi religiosi ai quali era stato indirizzato da suo padre dopo il fallimento nello studio della medicina, era agnostico. Nonostante queste differenze, i due vissero un felice sodalizio, che portò Emma a condividere con Charles ogni scoperta, ogni appunto, fino a diventare la custode dei suoi numerosi e preziosi manoscritti, che Charles esitava a pubblicare.

Charles Darwin non era solo agnostico, egli era convinto oppositore della schiavitù. È ormai ben noto il suo impegno antischiavista, consolidato dall’aver costatato di persona le deplorevoli condizioni in cui versavano gli schiavi, e soprattutto le schiave, durante il suo famoso quinquennale viaggio a bordo del Beagle, un viaggio che gli permise di raccogliere osservazioni, esemplari e fossili su cui basò la sua rivoluzionaria teoria, ma anche di entrare in contatto con realtà, ambienti, usi, costumi, popolazioni locali, molto diverse da quella in cui aveva vissuto fino alla partenza con il brigantino.

La lettura delle sue lettere, dei suoi diari, dei suoi appunti dimostra che il problema della schiavitù era diventato per Charles Darwin una vera ossessione tanto da lasciar ipotizzare che l’idea della comune discendenza di tutte le forme viventi fosse la conferma, supportata da prove scientifiche, della sua personale idea di comune fratellanza tra quelle che erano considerate diverse razze umane. Ed è ragionevole pensare che proprio questa teoria servisse, di fatto, a Charles Darwin per minare le convinzioni diffuse anche in ambienti religiosi e responsabili della giustificazione dello schiavismo: i neri erano considerati meno evoluti dei bianchi, più simili alle bestie e, come tali, da trattare in modo differente. Fondamentale deve essere stato per lui il rapporto che ebbe, durante i suoi studi teologici, con un ex schiavo nero che gli insegnò l’arte di impagliare gli animali morti, tecnica importante per Darwin, che era accanito cacciatore. Nel corso delle lunghe ore trascorse con John, la conversazione dovette inevitabilmente cadere sulla vita degli schiavi. I dialoghi con il suo “maestro impagliatore” e l’ascolto delle sue narrazioni contribuirono a rafforzare in lui la convinzione che bianchi e neri hanno la stessa fondamentale natura umana. Importante per lui fu anche l’incontro, durante il suo lungo viaggio, con esponenti delle dottrine poligeniste, secondo cui le razze umane sarebbero state create separatamente in luoghi geografici ben delimitati e, dunque, sarebbero prive di affinità di sangue.

Nella sua mente la dottrina delle creazioni appariva come la teoria che era alla base delle discriminazioni e delle pratiche vessatorie che trovavano il culmine nello schiavismo.

Dietro l’interesse di Darwin per l’origine delle specie c’era, quindi, una convinzione morale e un’etica profonda, sviluppate in un contesto familiare che era radicale, abolizionista, vicino agli ambienti riformisti. L’intera biografia dello scienziato deve essere riletta e proposta nelle classi alla luce dell’ipotesi, da lui formulata, della non esistenza delle razze umane, confermata dalle sue puntuali osservazioni e deduzioni e rafforzata anche dal fatto che pubblicò prima l’origine delle specie e solo successivamente l’origine dell’uomo, consapevole della “pericolosità” delle sue teorie.

Darwin non era, e non sarebbe mai diventato, un attivista. Scelse di combattere in retroguardia. Eppure, dalla retroguardia portò avanti una vera rivoluzione non solo attraverso l’elaborazione della teoria della selezione naturale, che è molto più complessa della sua più comune banalizzazione a lotta per la sopravvivenza in cui vince il più forte, banalizzazione o strumentalizzazione degenerata poi in follie eugenetiche di triste e non lontana memoria, ma anche attraverso la distinzione tra selezione naturale e selezione sessuale. Dopo aver trovato, infatti, nella selezione naturale il fattore di differenziazione dei caratteri adattativi, Darwin, tormentato dal fattore all’origine dei caratteri razziali, che non attribuiva solo alla selezione naturale, ipotizzò che essi fossero dovuti alla selezione sessuale. Contrastando fortemente la teoria diffusa secondo cui le specie si succedevano nel tempo in virtù di una serie di atti creativi distinti, e che il radicamento delle varie razze umane in precisi distretti geografici fosse una riprova della loro origine distinta, egli considerava tutti gli animali capaci di scegliere da sé i propri compagni, le proprie compagne, compiendo scelte estetiche e creando varietà di se stessi.

Studiò a lungo i piccioni, intrufolandosi negli ambienti degli allevatori e osservando gli incroci che sperimentavano per selezionare un particolare carattere. Studiò tulle le varietà di piccioni e ne dimostrò la provenienza da un unico ceppo. Il tutto con l’idea di falsificare la teoria della separazione delle razze umane.

La selezione sessuale fu, dunque, il fattore evolutivo attraverso il quale Darwin volle colpire il cuore della dottrina poligenista, sostenendo l’idea che le differenze tra le razze riguardano caratteri esteriori e superficiali.

A ciò era giunto attraverso lunghe e numerose osservazioni di animali domestici, che annotava puntigliosamente, con estrema precisione.

Alla luce di queste riflessioni, risulta particolarmente importante proporre nelle classi terze della scuola secondaria di primo grado, non solo lo studio della selezione naturale, spesso banalizzata, anche nei libri di testo, a semplice lotta tra individui in cui prevale il più forte, ma anche lo studio della biografia di Charles Darwin. Un approccio allo studio di Darwin come quello proposto offre opportunità per realizzare quell’esplorazione dei territori ai confini delle singole discipline,tanto importante per sviluppare competenze all’interno del percorso scolastico, riuscendo a collegare la storia con le scienze, le scienze con l’educazione alla cittadinanza, il tutto in lingua italiana per favorire le discussioni in classe e le argomentazioni necessarie a far sì che alunne e alunni non si limitino ad apprendere nozioni, ma comprendano e facciano propri concetti, costruendo opinioni personali, elaborando collegamenti interdisciplinari, costruendo attivamente saperi secondo una modalità molto più vicina alla reale, fisiologica, costruzione di apprendimenti di quanto possa essere un’impostazione lineare da didattica trasmissiva limitata a una singola disciplina. Solo così è possibile portare alunni e alunne a sviluppare, nel tempo, pensiero critico.

Come non collegare le sue teorie, confermate dai recenti sviluppi della biologia molecolare e delle tecniche di lettura del genoma, con l’assurdità del “Manifesto della razza” del 1938, i cui scienziati sottoscrittori non potevano ignorare le teorie darwiniane a dimostrazione dell’inestistenza delle razze umane?

E perché non suggellare lo studio su Darwin, nell’ottica dell’apprendimento interdisciplinare, leggendo nelle classi il “Manifesto contro ogni forma di razzismo” sottoscritto a San Rossore nell’estate del 2008 da alcune delle migliori menti della comunità scientifica italiana, tra cui Rita Levi Montalcino?Tale importante documento, richiamando gli studi di Darwin, pone l’accento sulle più recenti scoperte genetiche che confermano l’assurdità del razzismo, formulando forti critiche a quei colleghi scienziati che nel 1938 posero i loro saperi a servizio di un regime iniquo, intollerante, irrispettoso delle dignità, dei diritti e delle libertà di donne e uomini.

Tutto questo può contribuire al compimento di una delle missioni della scuola pubblica: formare cittadine e cittadini del futuro, consapevoli e capaci di giudizio critico. Tutto questo forse ancora nella nostra scuola è possibile. pur sapendo che si tratta solo di un tassello nella lotta contro i razzismi. Attualmente, infatti, il razzismo non si basa più tanto sul pregiudizio verso alcune razze, ma, forse ancor peggio, sul pregiudizio verso altre culture e verso le condizioni economiche. Difficilmente si esercitano, infatti, forme di razzismo verso un ricco nero americano, ma se il nero è un povero, un richiedente asilo, arrivato nel nostro paese per sfuggire a condizioni di vita non adeguate alla vita stessa, allora è vissuto da molte persone come minaccia alla propria sicurezza e per la propria “cultura” . Se poi è di religione islamica allora diventa un vero e proprio nemico.

Antonia Romano

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2 commenti

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