CARO DEGASPERI STAVOLTA HAI RAGIONE

imageIl lungo periodo di riabilitazione da un infortunio e la preparazione degli esami di terza media per una classe in cui ho, di fatto, portato avanti tre programmi paralleli senza insegnante di sostegno o assistete educatore/educatrice, mi hanno portato finora lontano dall’aula del consiglio provinciale dove si sta discutendo del recepimento della pessima legge sulla “buona scuola” di Renzi.

Tuttavia non rinuncio a seguire anche tramite i social le notizie sull’avanzamento dei lavori.

Le opposizioni stanno conducendo battaglia politica a colpi di odg e di emendamenti.

imageIeri, sulla pagina Facebook del consigliere e collega Filippo Degasperi è stata pubblicata la notizia della richiesta di una verifica sull’insegnamento  dell’educazione civica nelle scuole trentine.

Nel 2010 è stato approvato un regolamento di giunta provinciale che definisce l’introduzione nella scuola del primo ciclo dei Piani di Studio Provinciali. Successivamente è stato approvato analogo regolamento per i Piani di Studio Provinciali del secondo ciclo.

Per i non addetti ai lavori, o per chi legge dal resto d’Italia, il primo ciclo di istruzione comprende le classi che vanno dalla prima della scuola primaria (ex scuola elementare) alla terza della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media), che, in provincia di Trento, sono organizzate in quattro bienni, con il terzo biennio ricco di potenzialità elevate in termini di continuità e di passaggio dalla SP (scuola primaria) alla SSPG (scuola secondaria di primo grado).

Alla realizzazione dei piani di studio provinciali per il primo ciclo di istruzione si è dedicato molto lavoro, al quale ho avuto la fortuna di partecipare anche io.

Il tentativo, molto ben riuscito sulla carta, molto meno riuscito nelle pratiche, di costruire percorsi che portino allo sviluppo di competenze disciplinari e competenze di cittadinanza, ha visto nella proposta trentina una valida occasione di interpretare l’autonomia provinciale a salvaguardia della scuola pubblica, almeno di quella del primo ciclo di istruzione, rispetto al ritorno alle discipline nozionistiche che ha caratterizzato l’emanazione delle indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione durante il periodo tra i più bui del nostro MIUR, quando la ministra Gelmini conduceva la nostra scuola non nel tunnel dei neutrini, ma in quello del nozionismo acritico.

Per il secondo ciclo di istruzione i margini di autonomia rispetto alle indicazioni nazionali sono stati ridotti al minimo a causa del vincolo determinato dall’esame di stato finale, ma anche, a parer mio, per una pessima gestione da parte di IPRASE, ente funzionale all’assessorato all’istruzione, del lavoro sui Piani di Studio Provinciali per le scuole secondarie di secondo grado.

D’ora in poi mi limiterò a ragionare sulla scuola del primo ciclo perché è quella che conosco meglio ed è quella che, in tema di educazione civica, ha maggiori potenzialità e responsabilità.

Tralascio la descrizione del processo formativo e di ricerca che ha condotto all’emanazione delle linee guida e del regolamento di giunta per il primo ciclo d’istruzione perché, attraverso l’apertura dei link, si possono raccogliere informazioni che, a mio parere, possono rendere esplicito e  più dettagliato il percorso.

Preciso che, prima di emanare il regolamento di giunta, è stato chiesto parere tecnico, non vincolante, ma importante, al Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

All’epoca, chi aveva lavorato alla stesura dei piani di studio per l’ambito umanistico, cioè storia, geografia, educazione civica o alla cittadinanza, aveva declinato anche le linee guida e i piani di studio per l’educazione civica.

L’unica critica sollevata dai tecnici nazionali interpellati è stata relativa all’insegnamento dell’educazione civica o educazione alla cittadinanza, che dovrebbe essere trasversale a tutte le discipline.

Confinata in un insegnamento a se stante rischia, infatti, di rimanere chiusa in un recinto che difficilmente trova luoghi di intersezione con altre discipline.

Questa obiezione è stata accolta favorevolmente anche perché risulta coerente con un documento importantissimo e sottovalutato, che è la Certificazione delle competenze al termine del quarto biennio del primo ciclo di istruzione.

Osservando bene il documento, si evince chiaramente che, ponendo le competenze per il cittadino europeo in correlazione con competenze disciplinari, si chiede a ogni docente e a ogni consiglio di classe di utilizzare l’insegnamento delle discipline e i progetti interdisciplinari come strumenti  potentissimi per favorire lo sviluppo di competenze di cittadinanza.

Faccio un esempio concreto. Sono insegnante di matematica. Come posso sviluppare competenze di cittadinanza, quindi fare educazione civica, a partire dalla mia disciplina? Semplicemente compiendo una piccola “rivoluzione didattica” e centrando l’insegnamento sul problem solving e sul problem posing. Cosa c’è alla base di una cittadinanza attiva e responsabile se non la capacità di riconoscere una situazione problematica, individuare eventuali strategie risolutive e compiere scelte finalizzate alla più efficace risoluzione del problema, con senso critico e capacità di argomentare per giustificare le scelte effettuate?

Il vero problema, dunque, non è la mancanza nell’offerta formativa scolastica di una o più ore di educazione civica, che risulterebbe un ennesimo frammento nella già troppo frammentata costruzione dei saperi, su cui i nostri ragazzi e le nostre ragazze dovrebbero fare un numero non banale di verifiche scritte, quanto realizzare percorsi di formazione e sperimentazione accompagnata dei docenti affinché davvero si realizzi un insegnamento finalizzato alla costruzione attiva dei saperi, basato su problem solving e problem posing in ogni ambito disciplinare, con integrazione fra le diverse discipline e avente come obiettivo non il raggiungimento di una certo valore in termini di voti, ma la costruzione graduale e consapevole di opinioni personali basate su dati veri e non su percezioni ed emozioni, la capacità di orientarsi nel mondo attuale, tra le diverse e molteplici fonti di informazione.

Il grosso problema è il delirio ipervalutativo che ha assalito la scuola e che ha contagiato in modo patologico le famiglie. E in questo delirio, che vede la valutazione di docenti e dirigenti basata anche sugli esiti delle prove INVALSI, non si ragiona su come valutare le competenze a fine SSPG e su come far emergere dallo studio delle discipline quegli elementi che portano alla costruzione di cittadinanza, a quell’educazione civica evocata con l’ordine del giorno approvato, ma che, se non si compie la “rivoluzione didattica”, non sortirà alcun effetto diverso dalla presentazione di una documentazione che attesta che, sulla carta, l’educazione civica viene insegnata a ragazze e ragazzi che abitano un mondo fuori dalla scuola complesso e problematico, ma per il quale la scuola non è più in grado di offrire strumenti adeguati.

È su queste questioni che bisogna costruire la lotta politica per cambiare la scuola, visto che il progetto dei Piani di Studio Provinciali, basati su didattica per competenze e costruzione attiva di saperi interdisciplinari e multidisciplinari è indubbiamente fallito, miseramente sepolto dal folle piano per il trilinguismo, per ora unico trofeo del governatore Rossi, se non vogliamo considerare trofeo anche la distruzione della sanità pubblica trentina.

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