PROVE INVALSI: QUANDO OGGETTIVITÀ NON FA RIMA CON EQUITÀ

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Anche oggi, come ogni anno, si è consumato il rito delle prove Invalsi al termine del primo ciclo di istruzione.

Le prove Invalsi sono nate per fare una fotografia “oggettiva” dello stato di apprendimento di alunne e alunni a livello nazionale. La tipologia dei quesiti si è trasformata nel tempo, passando gradualmente dai quesiti stile quiz che caratterizzavano le prime prove, a quesiti che contengono interessanti spunti per poter poi riflettere, alla luce degli esiti, sull’organizzazione della didattica, finalizzata a migliorare ambiti in cui si registrano criticità.

I quesiti di matematica, che sono proposti nelle varie rilevazioni del primo ciclo,  si prestano molto bene a essere punti di partenza per interessanti discussioni matematiche in classe, presuppongono un approccio per ragionamento che non richiede accumulo di nozioni, formule o altre poco interessanti e stimolanti “cose di matematica” che contribuiscono a rendere questa disciplina ostica, grigia, riservata a pochi eletti, prevalentemente maschi, che possono comprenderla.

Finché le prove sono state solo un monitoraggio con potenziale alto per organizzare interventi didattici più efficaci, non ho avuto problemi ad accettarne l’esistenza e non ho posto alcuna pregiudiziale alla loro “somministrazione” (termine orrendo, con inquietanti riferimenti clinici, usato ormai regolarmente quando ci si riferisce a proposte valutative, soprattutto se in forma di questionario o di test) nelle mie classi.

Con il passare degli anni, però, il ruolo delle prove Invalsi ė stato modificato.

Sono diventate strumento di valutazione, sia esplicita che implicita dei/delle docenti, da parte di dirigenti e genitori, indipendentemente dal porre e porsi la questione della situazione di partenza della classe e delle caratteristiche specifiche e anche uniche di una data classe,  di ogni alunna e ogni alunno in quello specifico contesto classe.

Da noi, in Trentino, gli esiti delle prove Invalsi già pesano sulla valutazione di dirigenti scolastici. Presumo anche che avrenno un peso non banale sulla valutazione dei docenti e delle docenti

Come se i nostri alunni e le nostre alunne fossero provette in laboratorio, pronte per essere usate in qualche test sperimentale, a conferma o smentita di una data ipotesi, con tutte le possibili variabili sotto controllo.

A peggiorare la situazione è giunta l’introduzione in italia della prova Invalsi nello svolgimento dell’esame di stato di fine primo ciclo d’istruzione.

Ecco, dunque, come l’uso strumentale di una proposta utile, come poteva essere la prova di valutazione nazionale ai soli fini statistici, si trasforma in un boomerang per Invalsi stesso e in uno strumento odiato e mal utilizzato nelle scuole.

Ormai è prassi diffusa allenare alunni e alunne alle prove Invalsi. Ci sono scuole che organizzano attività opzionali che prevedono un laboratorio di preparazione alle prove Invalsi, insegnanti che utilizzano e, a volte, ne propongono l’acquisto alle famiglie, libretti di allenamento alle prove Invalsi e famiglie che, autonomamente, acquistano libretti di allenamento alle prove Invalsi con buon profitto per le case editrici.

A nessuno viene però in mente che il miglior allenamento alle prove Invalsi sarebbe adottare nei fatti concreti una vera didattica per competenze, che si basa sul problem solbving, che non prevede l’accumulo acritico di nozioni imparate a memoria e dimenticate a distanza di poche settimane, che dedica spazio e tempo alla discussione collettiva per costruire abitudine all’argomentazione, che non fa della buona valutazione di prove scritte, prevedibili ed esecutive, la vera finalità dell’andare a scuola, che non identifica nell’indice dei libri di testo, spesso orribili, il programma da svolgere.

Detto ciò, la prova Invalsi di quest’anno per la fine del primo ciclo di istruzione, per la parte relativa alla matematica, è accessibile a tutte le persone di madrelingua italiana che sanno ragionare e hanno anche qualche strumento matematico, in termini di conoscenze e abilità non assorbite passivamente, ma costruite attivamente nel lavoro in classe, se il contesto è collaborativo e il setting d’aula favorisce apprendimento costruttivo ed efficace.

Come ogni anno,  anche quest’anno si è consumata quella che io definisco una delle peggiori discriminazioni che avvengono nella nostra scuola: gli alunni non italofoni e le alunne non italofone hanno dovuto svolgere la stessa prova nazionale, con i testi che sono adatti a chi è di madrelingua italiana.

Come ogni anno, alla mia obiezione sull’inammissibilità etica di un cosa del genere è stata data la risposta “tanto le loro prove non vengono calcolate nei risultati della classe”.

Schermata-2015-10-26-alle-11.33.47Questo è vero. Un’ipocrita idea di democrazia, che confonde uguaglianza con equità, prevede che alunne e alunni che non sono di madrelingua italiana svolgano la stessa prova dei compagni e delle compagne, magari per non far percepire discriminazione.

Nessuno pensa che in questo modo si compie una grave discriminazione, perché non si creano pari opportunità per ciascuna persona che si trova a sostenere l’esame di stato di fine primo ciclo d’istruzione.

Basterebbe, infatti, ricorrere alla scrittura facilitata dei testi dei quesiti, dei brani proposti, secondo i criteri, ben definiti da anni di ricerca e sostenuti da numerose pubblicazioni. Le prove Invalsi così costruite potrebbero essere proposte a tutti gli alunni e a tutte le alunne, anche a chi non è di madrelingua italiana. Tanto, a colpi di CLIL, le competenze nella gestione della nostra lingua madre si stanno distruggendo. Non sono pochi, infatti, i ragazze e non sono poche le ragazze di madrelingua italiana che incontrano difficoltà nel comprendere le consegne.

È anche vero che la provincia di Trento ha emanato linee_guida_integrazione_alunni_stranieri, che rappresentano un eccellente modello e che prevedono la presenza di persona facilitatrice  per alunne e alunni non italofone/i. Ma oggi io sono stata facilitatrice per una ragazza neo immigrata, giunta nella mia classe a novembre e con una buona capacità di apprendimento dell’italiano per comunicare oltre che con un buon senso pratico e ragionamento in ambito aritmetica.  

20160616_202227Con tutta la buona volontà, la struttura delle frasi e la complessità della loro costruzione ha reso quasi impossibile la risoluzione di molti  quesiti anche per limiti temporali.

Oggi ho avvertito, di fronte ai suoi sforzi notevoli di comprendere la situazione per accedere alla ricerca di soluzioni, tutta l’ingiustizia che rappresenta ciò e che non trova alcuna mitigazione nella considerazione che, ai fini della valutazione finale della ragazza, questa prova non sarà presa in considerazione. Tra l’altro lei questo, per ovvie ragioni, non lo sa

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