PASQUALE PROFITI: NON SERVONO RIFORME MA PARTECIPAZIONE

Pasquale-Profiti-presidente-dell-Associazione-Nazionale-Magistrati-del-Trentino-Alto-Adige_imagefullUn editoriale di Pasquale Profiti, presidente dell’ANM, sezione Trento. pubblicato su l’Adige del 23 agosto 2016 

Si scrive di tutto per appoggiare il «Sì» al referendum. L’ultimo argomento che ho letto sull’Adige procede con questa logica: i lavoratori di Southampton hanno votato per la Brexit; ciò sarà un danno per l’economia inglese, quindi i lavoratori inglesi hanno sbagliato; la conseguenza: i lavoratori italiani devono votare «Sì».
Anche i lavoratori italiani devono cioè votare «Sì» alla riforma costituzionale italiana, perché in tal modo non faranno l’errore di quelli inglesi.

Già paragonare il referendum sulla Brexit a quello sulla riforma costituzionale italiana ha la stessa forza di una similitudine tra il referendum sul divorzio e quello sulle centrali nucleari.

Poi ci si azzarda a dare per scontato che l’economia inglese declinerà con la Brexit, quando si tratta di previsioni sulle quali nessun serio economista metterebbe la mano sul fuoco. Ma ancor più avventurosa la similitudine tra l’economia italiana e quella inglese, che sono tra le più diverse strutturalmente a livello europeo; per non parlare delle enormi differenze istituzionali, culturali, sociali tra i due paesi.

È invece oramai una strategia chiarissima, sempre da parte dei sostenitori del «Sì» la diffusione del terrore. Previsioni catastrofiche se vince il «No»; tutti a ricordarci l’enorme debito pubblico, il numero di governi e la loro scarsa durata dalla Costituzione ad oggi, l’instabilità politica, gli sprechi della politica e l’irresponsabilità per i disastri sociali ed economici, il rifugio nei governi tecnici.

Nessuno però riesce a spendere un solo argomento per dimostrare che colpa ne abbia di tutto questo la Costituzione.

Come se fosse la Costituzione ad aver previsto i vitalizi, gli stipendi parlamentari dieci volte superiori a quelli medi di un lavoratore dipendente, l’acquisto di jet di Stato sempre più opulenti.

E nessuno a confrontarsi con il contenuto reale, non quello raccontato per sentito dire, della riforma costituzionale.

In Italia non c’è alcun problema di efficienza del procedimento legislativo parlamentare.

Il numero di leggi ed i tempi medi di approvazione sono assolutamente in linea con quelli degli altri parlamenti europei e del tutto ragionevoli.

Il problema è la qualità delle norme e delle scelte; soprattutto delle norme di fonte governativa.

Il codice degli appalti, varato dal governo con 181 errori da correggere in 213 articoli è sono l’ultimo degli esempi.

E la riforma costituzionale cosa fa?

Consegna l’agenda del Parlamento al Governo. Allo strumento dei decreti legge aggiunge altre due procedure accelerate di approvazione dei disegni di legge governativa: la procedura d’urgenza e quella di approvazione in tempi certi con occupazione del calendario dei lavori parlamentari.

Il Senato configurato dalla riforma costituzionale è un vero pasticcio. Più leggo le norme relative, più dubbi sorgono sulla sua composizione, sulle sue competenze, sulla sua elezione. Purtroppo non c’è tempo per parlarne in un articolo di giornale, ma sono pronto a qualsiasi discussione di merito nella quale dimostrare l’assoluta incertezza interpretativa delle nuove norme.

Ma di questo non si parla mai da parte dei fautori del «Sì», così come non si ricorda quasi mai la clausola di supremazia statale, senza limiti di materia, sulle legislazioni regionali prevista dalla riforma sottoposta a referendum.

In realtà il vero problema italiano è la capacità di confrontare diverse opinioni e visioni politiche in un conflitto generativo. In altri termini un problema di gestione della democrazia.

Ed è davvero frutto di ignoranza ed incapacità di osservare la realtà, continuare a dire che la riforma costituzionale non farà tornare il duce o i militari e che quindi hanno torto coloro che paventano una perdita di democrazia.

I duci ed i militari non torneranno, ma è studiato ed osservato il fenomeno dell’assenza di partecipazione collettiva alle decisioni sulle nostre vite, prese da un’assoluta minoranza di categorie privilegiate. Che fanno il loro bene, ma non quello della maggioranza della popolazione.

Bisogna riaccendere la capacità di impegno civico, la vera linfa della democrazia, oggi spenta.

Solo così tutti noi cittadini riacquisteremo fiducia nelle istituzioni e, con essa, la capacità di trasformare le scelte della politica veramente rappresentativa in occasioni di progresso.

Ed al di là degli aspetti tecnici, questo è il vero colpo mortale della riforma. Pensate a quale ritorno in termini di fiducia vi sarebbe stato se l’attuale governo avesse ammesso che si sarebbe limitato nella sua azione a gestire le emergenze dell’economia e ad esplorare la possibilità di giungere ad una nuova legge elettorale.

Limitato sì, perché avrebbe dovuto ammettere che è un governo che ha la fiducia di un Parlamento eletto in violazione dell’art. 1 della Costituzione, non di un qualsiasi articolo; è l’articolo che attribuisce la sovranità al popolo nei modi e nei limiti della Costituzione. Sarebbe stato un modo per riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Ed invece, sfruttando un’assunzione di responsabilità della Corte costituzionale, che non ha voluto gettare nel caos il paese ed ha mantenuto in piedi il Parlamento esclusivamente per un «principio di continuità», si è giunti ad imporre una riforma costituzionale, da un Parlamento eletto in violazione del primo articolo della Costituzione, con una procedura di forza.

Già, la forza.

Oramai il diritto è solo strumento di forza, non più di legittimazione democratica: lo spirito democratico, la correttezza istituzionale, il rispetto delle prerogative degli altri poteri e del popolo, sono desueti da tempo.

Li voleva la Costituzione del 48, che abbiamo tradito. La riforma costituzionale ne cancellerà anche il loro ricordo.

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