IL PESO DEI NUMERI E I TALENTI NEGATI

Lettera pubblicata integralmente sul giornale Trentino il 17 settembre 2016

universitGentile Direttore,
ho avuto modo di interagire con alcune studentesse e con alcuni studenti che si impegnavano, durante l’estate, nella preparazione di test di accesso all’università e mi sono posta una domanda a cui non trovo risposta: come può un test della durata che va da 60 a 100 minuti decidere il futuro di persone così giovani in un paese così in crisi?

Ai miei tempi l’alternativa allo studio universitario c’era ed era anche, in qualche caso, più appetibile.

Particolarmente ostici sono i test di materie scientifiche e di medicina. Ostici non per la formulazione dei quesiti, ma per i contenuti richiesti. È molto difficile, infatti, che la maggior parte di studenti e studentesse al termine delle scuole abbiano una preparazione così completa in discipline come biologia, chimica, istologia, fisica e matematica.

La difficoltà è legata soprattutto all’annoso problema dell’apprendimento delle scienze, purtroppo proposte in modo spesso dogmatico in un paese che ancora risente della riforma Gentile e in cui la carenza diffusa di pensiero scientifico ha ricadute su ogni ambito del nostro vivere quotidiano.

Capisco la necessità di contenere il numero di iscrizioni entro cifre ragionevoli e gestibili dagli atenei, ma non capisco come chi ha il compito gravoso di preparare le future laureate e i futuri laureati possa accettare un sistema che discrimina e che rende le persone equivalenti solo a numeri.

Da un lato dilaga un business allucinante tra libri da acquistare per la preparazione mirata dei test e corsi privati da seguire a costi non di certo accessibili a tutte le famiglie (e già questo crea discriminazione) dall’altro si corre il rischio altissimo di eliminare, attraverso i quiz, tutte quelle persone che, pur non avendo frequentato una scuola che ha come prioritario l’insegnamento scientifico e l’apprendimento consapevole e critico delle discipline scientifiche, hanno sviluppato comunque interesse e motivazione verso lo studio della medicina o di qualcuno dei diversi ambiti delle scienze.

L’adolescenza è epoca di crescita e cambiamenti.

E non parliamo dei dati, non ancora pubblici ma che stanno emergendo, sulle differenze tra i generi nell’affrontare i test universitari.

Sappiamo quanto interesse e motivazione, insieme, creino elevate potenzialità. Eppure l’università italiana preferisce non porsi il problema e limitarsi solo a considerazioni numeriche.

Un altro sistema è possibile? Forse sì. Potrebbe essere possibile, per esempio, far eseguire i test al termine del primo anno e proporre una tassazione maggiore, doppia, a chi non supera il test, ma vuole rimanere a studiare. Potrebbe essere possibile riconoscere crediti universitari per la frequenza di corsi di approfondimento, pubblici e gratuiti, con verifica finale, magari proposti dalle università l’ultimo anno di scuole secondarie di secondo grado.

Come insegnante a cui viene giustamente sempre richiesto di prestare attenzione ai diversi talenti, ai diversi tempi di apprendimento, alle potenzialità individuali per suscitare motivazione, sinceramente sono sconvolta dalla scarsa, almeno apparentemente scarsa, sensibilità che docenti delle università italiane mostrano verso questo problema.

Perché, se solo se lo ponessero, non credo che continuerebbero a sostenere una pratica così iniqua.

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