REGISTRO DELLA BIGENITORIALITÀ: STRUMENTO INUTILE CHE CREA CONFUSIONE DI RUOLI E DI CONTESTI

20161118_193854Durante la prossima seduta del consiglio comunale si discuterà in aula la proposta di delibera di Andrea Maschio del M5S, che prevede l’adozione del registro per la bigenitorialità e del relativo regolamento.

Lo strumento viene proposto con le finalità di garantire, al bambino e/o alla bambina, il diritto alla genitorialità esercitata da entrambe le figure genitoriali, ma, anche di garantire  a entrambi i genitori accesso a informazioni importanti, in particolar modo in ambito sanitario e in ambito scolastico.

L’iter della delibera è stato lungo proprio per dare la possibilità a consiglieri e consigliere della commissione politiche sociali di acquisire le informazioni, attraverso diversi incontri con rappresentanti di varie categorie, necessarie a decidere in modo consapevole, nella tutela degli interessi soprattutto dei bambini e delle bambine.

Il parere positivo della commissione politiche sociali non è accompagnato, tuttavia,  dalla mia firma essendo stata l’unica componente della commissione a non condividere la necessità del registro.

La mia opposizione a questa proposta, verso cui in aula esprimerò parere contrario, nasce dalla constatazione dell’inutilità del provvedimento, oltre che della confusione di contesti e di ruoli istituzionali che è alla base di chi, in Italia, da un po’ di tempo promuove l’adozione del registro.

Innanzitutto la legge 54 del 2006 introduce e tutela l’affido condiviso e la garanzia del diritto alla bigenitorialità, esercitata attraverso l’assunzione di pari responsabilità nell’esercizio della funzione genitoriale, ma anche attraverso il doppio domicilio, lasciando nell’abitazione generalmente familiare o, comunque, nell’abitazione di uno dei genitori, la residenza del bambino o della bambina per ovvie ragioni tecniche.

L’attuale assetto normativo prevede, infatti,  che, di regola, entrambi i genitori hanno pari responsabilità genitoriale e che essa deve essere esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio, anche con riferimento alle decisioni relative all’educazione e all’istruzione, tenendo conto in via primaria della necessità di sviluppo della personalità del figlio, della figlia (inteso come soggetto portatore di diritti propri) anziché delle aspettative e degli interessi personali dei genitori.

Questo salvo alcuni casi specifici, per fortuna rari.

I termini degli accordi sulla gestione dei tempi con i figli o con le figlie e sulle questioni economiche variano da caso a caso e la tendenza dei tribunali è tutelare benessere e crescita serena di minori.

L’accordo può, inoltre,  essere sempre rivisto e adeguato a nuove esigenze che possono sorgere nel tempo.

Va comunque ricordato che con il d.lgs. n. 154/2013 – il termine potestà è stato sostituito con quello di “responsabilità genitoriale”. E non è affatto banale il cambiamento di etichetta linguistica.

Anche per l’accesso alle informazioni lo strumento è, a parer mio, inutile.

Una nota del Miur del 2 settembre 2015 propone indicazioni-operative-scuole per la concreta attuazione in ambito scolastico della legge 54/2006, con “disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”.

A titolo esemplificativo, il Miur segnala azioni che le istituzioni scolastiche possono compiere per favorire la piena attuazione del principio di bigenitorialità e del diritto di minori alla bigenitorialità:

  • inoltro, da parte degli uffici di segreteria delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, di tutte le comunicazioni – didattiche, disciplinari e di qualunque altra natura- anche al genitore separato/divorziato/ non convivente, sebbene non collocatario dello studente interessato;
  • individuazione di modalità alternative al colloquio faccia a faccia, con il docente o dirigente scolastico e/o coordinatore di classe, quando il genitore interessato risieda in altra città o sia impossibilitato a presenziare personalmente;
  • attribuzione della password, ove la scuola si sia dotata di strumenti informatici di comunicazione scuola/famiglia, per l’accesso al registro elettronico, ed utilizzo di altre forme di informazione veloce ed immediata (sms o email);
  • richiesta della firma di ambedue i genitori in calce ai principali documenti (in particolare la pagella), qualora non siano in uso tecnologie elettroniche ma ancora moduli cartacei

Inoltre, il Miur suggerisce che, se per la gestione di pratiche amministrative o didattiche concernenti l’alunno o l’alunna fosse impossibile acquisire il consenso scritto di entrambi i genitori, oppure se un genitore fosse irreperibile, si inserisca nella modulistica la seguente frase:
“Il sottoscritto, consapevole delle conseguenze amministrative e penali per chi rilasci dichiarazioni non corrispondenti a verità, ai sensi del D.P.R. 445 del 2000, dichiara di aver effettuato la scelta/richiesta in osservanza delle disposizioni sulla responsabilità genitoriale di cui agli artt. 316, 337 ter e 337 quater del codice civile, che richiedono il consenso di entrambi i genitori”.

Si ricorda, infine, che è necessario poter provare il consenso di entrambi i genitori anche in caso di prima certificazione di handicap per il sostegno scolastico.

La stessa gestione dei casi di alunni e alunne BES (con bisogni educativi speciali), da parte della scuola e da parte di altri enti preposti, azienda sanitaria ed eventualmente servizi sociali, prevede il costante contatto, ovviamente non imposto, con entrambi i genitori, secondo le modalità che, di volta in volta, le figure esperte valutano più efficaci.

Per quanto concerne invece l’ambito sanitario,  nei casi di comuni trattamenti medici (visite, medicazioni, controllo della vista, ecc.) è sufficiente il consenso di uno solo dei genitori in applicazione del principio generale che gli atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore (art. 320 Codice Civile).

In questi casi il consenso dell’altro è considerato implicito.

Si devono invece considerare come atti di straordinaria amministrazione: operazioni chirurgiche, trattamenti continuativi e prolungati, psicoterapia, ecc. per i quali quindi è necessario il consenso esplicito di entrambi i genitori.

In caso di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice, ma il medico può (e deve) procedere all’erogazione dell’atto sanitario, se ricorre lo stato di necessità (art. 54 Codice Penale).

In tali casi, si prescinde dal consenso per scongiurare gravi pericoli per la vita o l’integrità fisica della persona. E questo vale per chiunque, non importa l’età.

In casi meno urgenti, in presenza di diniego del consenso dei genitori, il medico può ricorrere al parere del Tribunale per i minorenni. Si richiede un provvedimento che precluda ai genitori l’esercizio della potestà limitatamente a quello specifico atto sanitario e autorizzi tale atto, anche a prescindere dal loro consenso.

L’attivazione in Trentino del sistema TreC,  permette di essere costantemente a conoscenza delle prestazioni sanitarie anche dei propri figli e/o delle proprie figlie, fino a 14 anni.

Il regolamento del sistema TreC prevede che ciascun genitore possa

  • accedere alla TreC del figlio con la tessera sanitaria del figlio minorenne;
  • attraverso la procedura guidata, dalla TreC del figlio, deve abilitare il genitore (la procedura può essere ripetuta anche per entrambi i genitori);
  • dopo la proposta di aggancio, uscire dalla TreC del figlio ed accedere alla TreC del genitore. A quel punto, scegliendo “Altre TreC” (in alto a destra) trovera’ la TreC del figlio che potrà selezionare per  entrare e consultarne i referti.

Chiarite le ragioni normative, che rendono inutile l’introduzione del registro della bigenitorialità, mi preme aggiungere alcune considerazioni personali.

La separazione dei genitori è sempre un fardello pesante per la psiche e per l’umore dei figli e delle figlie. Troppo spesso sorgono conflitti tra adulti, che compromettono il benessere dei/delle minori.

Quando i conflitti sono esasperati, non metto in discussione che uno dei due genitori possa giungere a negare l’accesso a informazioni importanti all’altra figura genitoriale.

Tuttavia, qualora accadesse, esistono già le norme giuridiche per agire e garantire il diritto all’informazione da parte di entrambi i genitori.

Istituire un registro in Comune perché poi il Comune comunichi a enti pubblici i due domicili del bambino o della bambina, serve soltanto a far gravare un’ulteriore funzione su qualche ufficio comunale, impegnando almeno una persona nella gestione del registro.

Istituire un registro in Comune, affidando a tale strumento un compito che deve essere garantito per legge dai genitori, mi pare che generi confusione tra ambiti istituzionali e giuridici. Ci sono organi, eventualmente giudiziari, preposti a garantire il rispetto delle norme.

Non credo che basti un semplice documento, con valore prettamente simbolico e non giuridico a superare conflittualità esasperate tra persone che possono, in alcuni casi, giungere a violare norme. E in questa mia convinzione sono supportata dalle responsabili della gestione dell’  ALFID,  associazione laica che, occupandosi di supporto a famiglie in difficoltà, interviene su numerose coppie che ogni anno chiedono aiuto per risolvere i loro conflitti.

La coordinatrice dell’associazione ha, infatti, espresso parere negativo sull’adozione del registro, ritenendolo inutile per le stesse ragioni da me esposte. 


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Un commento

  1. […] del registro della bigenitorialità come strumento simbolico, per sostenere il diritto di bambini e bambini alla bigenitorialità, […]

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