INTERVENTO IN AULA SUL DOCUMENTO UNICO DI PROGRAMMAZIONE

Il-sindaco-di-Trento-Alessandro-Andreatta--200x200Inizio questo mio intervento con un’analisi puntuale della relazione del sindaco, focalizzando l’attenzione sul disegno della città che il sindaco traccia nella sua relazione.

Innanzitutto ho apprezzato la parte introduttiva con riferimenti al contesto globale. Condivido l’entusiasmo di Vanni Scalfi nel sottolineare il fermento delle sinistre europee, a cui non attribuirei l’appellativo “populismo”.

Per fortuna non c’è solo la signora Le Pen in Europa e per fortuna le elezioni in Austria hanno avuto esiti tutt’altro che populisti.

Tuttavia, ogni azione politica dei singoli Stati europei dipende fortemente, ormai, da ciò che accade in Europa, da ciò che muovono le grandi multinazionali del settore farmacologico, in grado di indirizzare ormai la ricerca scientifica, dell’agroalimentare, responsabili di ingenti danni non sono alle microeconomie dei paesi ma anche alla biodiversità animale e vegetale, danni attraverso cui hanno inflitto duri colpi ai naturali processi evolutivi delle specie e al naturale sviluppo di nuove specie.

Ed è giusta la domanda sulla qualità della nostra democrazia che pone il sindaco perché in questo quadro a piegarsi innanzitutto è la democrazia.

È evidente in Europa con la BCE, i cui speculatori finanziari, economisti al soldo delle multinazionali, dei grandi colossi finanziari del calibro di JP Morgan, di Goldman Sachs, cosi tanto vicini al neoeletto presidente degli Stati Uniti, prendono decisioni finanziarie in totale autonomia dal potere politico.

Sono gli stessi che hanno compiuto macelleria sociale in Grecia,  con la complicità di Merkel, di Junker, di Schulz.

Il Parlamento Europeo, che dovrebbe rappresentare oltre 500 milioni di cittadine e di cittadini, non ha alcun potere di intervento sulle decisioni della BCE, decisioni che hanno ricadute sulle politiche nazionali.

I tecnocrati della BCE non vengono eletti da nessuno.

È in questo contesto che si abbatte la democrazia. È in questo contesto che si deve lottare per impedire la sottoscrizione di trattati internazionali sovranazionali, che distruggerebbero le microeconomie  dei paesi europei, riducendo, in particolare in Trentino,  i nostri piccoli produttori nelle stesse misere condizioni in cui sono stati ridotti i piccoli produttori dell’America Latina.

Peccato, presidente, che il sindaco appartenga a un partito che è parte della compagine politica che ha in Schulz il principale rappresentante, colui che queste politiche di speculazione finanziaria, di austerità, di sostegno ai trattati internazionali le appoggia e le sostiene.

In questo quadro allarmante si inserisce sia il processo di decostituzionalizzazione dei paesi del sud europa sia il processo di riduzione di sovranità popolare che è alla base del cinico e violento neoliberismo attualmente imperante, che poco ha a che vedere con gli ideali liberali a cui faceva riferimento Scalfi.

Non è un caso che gli enti locali e le comunità territoriali siano i luoghi fondamentali di precipitazione della crisi. In questo senso, l’insieme delle misure relative ai parametri del patto di stabilità interno e al pareggio di bilancio, alle politiche applicate con la trappola del debito pubblico, ai tagli previsti dalla spendingreview ha creato il terreno per mettere con le spalle al muro gli enti locali, mettendo a repentaglio la loro storica funzione pubblica e sociale e trasformandoli in luoghi di mera facilitazione dell’espansione degli interessi finanziari finalizzati a mettere le mani sul patrimonio pubblico, sui servizi pubblici locali, sul territorio.

Funzionale a questo nuovo ciclo di espropriazione è la progressiva sottrazione, formale e sostanziale, degli spazi di democrazia.

E fa bene il sindaco ad accennare alla crisi della democrazia rappresentativa. Argomento che è stato affrontato in aula esattamente un anno fa quando si dovevano apportare modifiche allo Statuto Comunale andando nella direzione di favorire una maggiore partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla gestione della cosa pubblica, attraverso l’introduzione di forme di democrazia diretta e partecipativa. Peccato che il percorso avviato sia stato, nei fatti concreti, tradito da questa stessa aula.

Giusto per ricordare abbiamo votato un odg che impegnava il Consiglio a partecipare a incontri formativi sulla democrazia diretta. La partecipazione era ovviamente volontaria. È stato organizzato un solo incontro, con il prof Cortese, al quale ha partecipato praticamente l’intera giunta pre-rimpasto e pochissimi consiglieri, oltre me, i colleghi e la collega del m5s, alcuni dei quali si sono affacciati nella sala solo per alcuni minuti.

Avevamo approvato un altro odg con l’impegno a introdurre ulteriori modifiche allo statuto entro maggio 2016, considerando che i tempi di riflessione e di discussione imposti dalle scadenze per le modifiche allo Statuto non fossero sufficienti.

Nulla di ciò è stato fatto, nonostante ci sia stata una proposta in commissione capigruppo presentata dall’assessora Maule. Proposta sulla quale sarebbe stato possibile avviare una discussione, un confronto, un’apertura verso ciò che sempre di più è necessario ed è triste constatare che quanto più si avverte la spinta verso la partecipazione tanto più si avverte la resistenza da parte di chi, evidentemente, teme la perdita di un qualche tipo di potere decisionale. Spero che con il nuovo anno si possa riaprire la discussione perché è indispensabile accorciare le distanze tra chi pensa di essere eletto in rappresentanza di qualcuno o di qualcuna e chi invece non si sente rappresentato da nessuno di noi qui dentro. Parliamo di circa la metà della popolazione cittadina.

Non intravedo in ciò che ho letto l’intenzione di favorire l’utilizzo di strumenti di democrazia partecipativa. Mi riferisco a bilancio partecipativo, piano regolatore partecipativo, gestione partecipativa del ciclo dei beni comuni, bilancio sociale partecipativo.

Eppure, la migliore difesa della democrazia è, a mio parere, favorire la partecipazione. Il miglior contrasto alle politiche di austerità calate dall’alto è la progettazione partecipativa anche della politica urbanistica, il riuso anche autogestito e partecipativo del patrimonio pubblico e privato esistente.

Abbiamo immobili dismessi e vuoti che potrebbero essere utilizzati e cogestiti da associazioni e da persone senza fissa dimora.

Abbiamo circa 400 persone senza fissa dimora, di cui una novantina non riesce a trovare posto nei dormitori, ma tutte le 400 persone hanno a disposizione solo alcuni luoghi in alcuni giorni  al coperto e riscaldati durante il giorno.

È inaccettabile per me che la nostra città non abbia ancora provveduto a dotarsi di uno spazio aperto tutti i giorni, coperto, pubblico ma cogestito,  libero e dignitoso dove offrire non solo riparo diurno durante soprattutto l’inverno ma anche opportunità di confronto, di dialogo a persone che hanno perso tutto, soprattutto speranza, un luogo dove offrire occasione di recupero innanzitutto della dignità.

E qui vengo al degrado. Il degrado è chiamare gentaglia chi si trova a chiedere aiuto economico in strada, senza che noi sappiamo nulla della storia di queste persone e non porsi il problema di ritenere indegno che ci siano persone in condizioni di bisogno e di disagio.

Il degrado è la povertà non sono le persone povere.

La lotta alla povertà, il sostegno e il supporto a chi non ha più nulla dovevano essere la priorità assoluta nella relazione del sindaco, in contrasto netto   chi invece, e qui sì che parlo di populismo, nel senso di capacità di forze politiche prive di argomenti politici di parlare alla pancia delle persone, tende a considerare illegali le persone povere invece di considerare illegale e vergognosa la povertà.

Mi sarei aspettata che dalla relazione del sindaco emergesse in modo chiaro, forte e inequivocabile che questo governo della città intende porre le persone al di sopra di ogni profitto. L’ho letta tutta, ho spulciato tutto il DUP. Ciò non emerge, pur essendo dichiarata la consapevolezza della sempre maggiore forbice tra le poche persone che hanno troppo e le troppe persone che hanno troppo poco.

Ho apprezzato nella relazione l’accenno all’autonomia e alla percezione della stessa all’esterno dei nostri confini.

Trento ha una responsabilità enorme, essendo città capoluogo e centro culturale importantissimo, candidata a capitale della cultura, nell’offrire occasioni e motivi a sostegno di un’autonomia che ha ragioni storiche, ma che necessita di essere rivitalizzata proprio per sgomberare il campo da ombre non sempre ingiustificate.

Un’autonomia che deve necessariamente identificarsi con il buon governo, con le buone pratiche di democrazia, con la sperimentazione sia di forme di democrazia diretta sia di nuove forme di economia solidale e circolare.

Un’autonomia che diventi modello per altri territori penalizzati dalla non piena attuazione della riforma del titolo quinto dell’ormai lontano 2001.

Un’autonomia che bandisce il sistema clientelare che invece, purtroppo, ha preso piede e che sta diventando il perno su cui si prendono decisioni importanti e si affidano incarichi prestigiosi.

Eppure molto di ciò che dovremmo praticare noi avviene in altre regioni, molto meno autonome della nostra provincia. Qui, ahimé, avverto il pericolo della degenerazione dell’autonomia in un localismo autoreferenziale e miope, tipico di chi diventa gobbo a furia di guardare solo il proprio ombelico, perdendo così la capacità di quello sguardo alto e lungo, oltre i confini del proprio territorio, a cui si accenna nella relazione.

Proseguendo nella lettura della relazione, sorvolo sul referendum. Intenzionalmente non ne parlo in questo contesto se non per dire che comunque non è da escludere che l’assenza di quorum abbia favorito la partecipazione al voto, indipendentemente dagli esiti, esattamente come accade nei paesi in cui non c’è quorum.

Pongo invece l’accento sulla questione beni comuni. Apprezzabile il lavoro finora fatto, che ha creato, a parer mio, quel substrato necessario per la costruzione di partecipazione attiva e di cittadinanza responsabile, ma ancora lungo e faticoso è il cammino nella direzione dello sviluppo di una cultura dei beni comuni a 360 gradi e trasversale a tutte le persone di ogni età.

Apprezzabile il lavoro svolto da alcune circoscrizioni, che restano, per me, luoghi importantissimi di vicinanza alla popolazione, potenziali laboratori di democrazia diretta, praticabile attraverso quelle assemblee cittadine che il sindaco di Napoli sta egregiamente valorizzando e sostenendo.

La ripoliticizzazione della società passa attraverso un buon uso dell’agorà, che si può ben identificare con le assemblee cittadine.

Mi è piaciuto il riferimento alla narrazione ecologista, che non può però rimanere narrazione, ma che deve tradursi in pratiche urgenti e questo non corrisponde a molte decisioni che si prendono in quest’aula.

Condivido il necessario riferimento alla razionalità illuminista, indispensabile per affrontare temi con approccio scientifico. Non ha nulla a che vedere però  con una visione della città ecologista e sostenibile la costruzione di centri commerciali avvenuta in modo quasi selvaggio fino al passato più recente, la costruzione di parcheggi, del centro natatorio, il sostegno a grandi opere, il mancato massiccio investimento in forme di mobilità eco-sostenibile e leggera. Non ha nulla a che vedere con i nuovi paradigmi dell’ecologia partecipata e delle transition towns l’assenza di ogni riferimento alla realizzazione di un prg partecipato.

Abbiamo bisogno di azioni forti che siano coerenti con gli accordi internazionali sull’abbassamento del riscaldamento globale, abbiamo bisogno di riprogettare il nostro territorio alla luce della mancanza della neve con cui siamo purtroppo chiamate e chiamati a fare i conti e condivido quanto ha detto Andrea Maschio in riferimento al monte Bondone.

Abbiamo bisogno di diffondere una cultura della sobrietà e della tutela ambientale che sia sostenuta da decisioni coraggiose mirate a scoraggiare l’uso di auto private, a ridurre i tempi di utilizzo dei riscaldamenti, a ripensare le strutture abitative stesse prevedendo spazi comuni che contribuiscono al risparmio anche energetico, a promuovere anche presso i privati adeguamenti degli edifici energivori,  destinando ulteriori somme di denaro a questo fine, mentre sull’illuminazione e sul piano energetico degli edifici pubblici siamo già avanti, pur dovendo amaramente constatare che l’adeguamento del piano di illuminazione al progetto proposto, illustrato e approvato richiede tempi di attuazione troppo lunghi.

Un passaggio a sé merita la parte del testo dedicata alle politiche sociali, che già da qualche anno prevedono di superare una standardizzazione degli aiuti di stampo assistenzialista, come se tutti i bisogni fossero uguali.

Il piano sociale, tuttavia, per il rapido mutamento della società, a causa dell’impoverimento della nostra comunità, a causa dell’eterogeneità e del rapido mutamento delle stessa compagine di persone che si trovano in condizioni di bisogno e di disagio, non risponde sempre in modo efficace ed efficiente alle richieste esplicite ed implicite delle singole persone.

Non so quale sia la ricetta, forse investire solo in un approccio responsabilizzante delle persone ha un forte valore nel non proseguire sulla strada dell’assistenzialismo, ma richiede tempi lunghi e forse questo approccio non è adatto a tutte le persone.

La mia non vuol essere affatto una critica alle attuali politiche sociali, che ritengo comunque di buona qualità. Voglio porre l’accento sulla complessità della situazione attuale e sulla necessità di intervenire in forme e modi diversi e molteplici per evitare che si arrivi a sentire quanto riferito ieri dal consigliere Tomasi:  persino i responsabili del Punto d’Incontro si pongono il problema di mettere un limite numerico alle persone da aiutare.

Com’è possibile pensare di porre un limite numerico alle persone da aiutare?

Io invece vorrei che all’aumentare dei bisogni ci fosse un moltiplicarsi delle risposte da parte delle istituzioni.

Chiudo facendo riferimento alla sicurezza, tema che ha predominato non solo in campagna elettorale ma per tutto questo tempo di consiliatura.  

Trento non è più quella in cui sono approdata la prima volta quando avevo 8 anni e neanche quella in cui sono giunta 25 anni fa. Non è più, se mai lo sia stata, un’isola felice. Non possiamo però illuderci di vivere in una cartolina, dobbiamo fare i conti con una società complessa, multiculturale e multietnica, garantendone la laicità fino al punto di dare pari dignità a ogni religione. Perché questo è il senso profondo della laicità.

E sul tema della sicurezza io vorrei, al di là degli schieramenti, fare richiamo al senso di responsabilità di ognuno di noi perché si abbia la consapevolezza della pericolosità per la coesione sociale dell’alimentare continuamente la percezione di insicurezza.

La città è presidiata, certamente va reso più efficace il presidio delle forze dell’ordine, ma poniamo l’accento sugli interventi positivi delle forze dell’ordine e poi che problema c’è? Ora abbiamo le ronde di forza nuova, il cui leader ricordo è stato vicino ai NAR, che presidiano la città e ci hanno risolto ogni problema.

Troppo spesso il problema della sicurezza viene collegato al fenomeno della migrazione, fenomeno enorme che ci ha colto impreparati ma di fronte al quale non abbiamo altra strada da percorrere se non un’accoglienza rispettosa delle persone, e fa bene il sindaco a sottolineare persone, che sia orientata alla valorizzazione delle loro culture e alla reciproca interazione.

È difficile, è faticoso, è inevitabile e non saranno  gli attentati alle strutture di accoglienza a fermarci.

La città di Trento il 6 dicembre ci ha dato un grande segnale di rifiuto delle politiche di respingimento per un’Europa che sia senza confini.

La piazza era piena di gente   dietro lo slogan welcome refugees.

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