SU TOTÒ RIINA IL DOLOMITI MI CONCEDE SPAZIO…. A MODO SUO


Oggi il giornale online il Dolomiti ha dato ampio spazio a un mio post su Facebook , un post di due giorni fa dedicato a Totò Riina e alle polemiche che si sono scatenate in questi giorni.

A ciò che scrive il Dolomiti ritengo doveroso rispondere e farlo attraverso queste righe perché ho provato disagio nel leggere un articolo che non mi piace.

Il post citato risale a quando si è diffusa la notizia della sentenza della Corte Suprema, che, date le gravi condizioni di salute del capo di Cosa Nostra,  parla di diritto a una “morte dignitosa” e di ipotesi di scarcerazione per far passare ai domiciliari lo stesso boss, lasciando quindi dedurre che la morte in regime carcerario non sia dignitosa. Cosa su cui concordo.

Totò Riina è stato forse il più sanguinario capo che la storia di Cosa Nostra ricordi. Ha causato oltre 200 morti cruente accertate. La sua ferocia non conosce eguali. L’ultima sua esibizione di forza e di potere mafioso che io ricordi risale a un’udienza in tribunale durante la quale ha minacciato pubblicamenteimpunemente e spudoratamente il pm Di Matteo, che vive sotto scorta.

Ma non ha risparmiato minacce neanche a don Ciotti, anche se la procura ha archiviato l’indagine.

Totò Riina non si è mai pentito di cio che ha fatto, non ha mai dato segnali di ravvedimento ma, soprattutto, continua a essere molto pericoloso  come affermano numerosi magistrati impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata.

Io credo che, al di là della pericolosità di un uomo che, a detta di chi è esperto in questa materia, riesce a comandare anche con lo sguardo, una sua scarcerazione per un regime di arresti domiciliari, pur se coerente con il diritto costituzionale,  rischi di provocare una serie di effetti a cascata non controllabili.

Il suo arrivo a casa costituirebbe un attestato di conferma di potere della famiglia conferito dallo Stato stesso, un pericoloso atto simbolico che consoliderebbe il potere della famiglia Riina sui clan mafiosi.

So che ogni persona ha diritto alla “morte dignitosa” e mi chiedo cosa sia una morte dignitosa in un paese in cui non si è riconosciuta dignità di morte a Eluana Englaro e a tante persone come lei, in un paese in cui  è stata causata  morte non dignitosa a Stefano Cucchi, in un paese in cui per colpa e mandato di Totò Riina ricordiamo ogni anno la morte di persone innocenti e di persone come Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa e Mattarella, Chinnici e La Torre, che lottavano per la nostra libertà e che sono state uccise brutalmente

Chi vive nei paesi in cui la malavita organizzata è a tutti gli effetti un antistato che contamina ogni ambito della nostra vita non ha libertà.

Forse questo i giornalisti del Dolomiti non lo sanno perché sono nati e sono cresciuti in quell’isola felice che si chiama Trentino.

Ci tengo a precisare che ciò che io ho scritto su Facebook non ha la pretesa di essere scritto in rappresentanza della sinistra, di cui non ho la presunzione di essere portavoce.

Non credo neanche che, almeno su questo, ci debbano essere schieramenti di destra o di sinistra. Credo che ognuno abbia il diritto a una sua opinione e rivendico il mio diritto a esprimere liberamente mie opinioni. Così come rifiuto l’appellativo di “forcaiola” che qualcuno ha usato ieri in un post.

Ovviamente tra chi è di estrema destra e chi di estrema sinistra, e io con orgoglio lo sono, ci saranno argomentazioni diverse, opposte. Ma nessuno mi assimili ai fascisti e nessuno usi strumentalmente ciò che è espressione del mio pensiero per colpire una sinistra scomoda.

Io sono contraria al regime carcerario per la maggior parte dei reati per cui vengono attualmente portate in carcere molte persone.

Sono contraria all’idea di carcere come struttura punitiva e mi infastidisco ogni volta che sento parlare di mancata certezza della pena.

Ho un rapporto molto difficile con l’idea di privazione della liberta individuale, benché  non sappia come risolvere il problema di gestire chi commette reati, soprattutto se particolarmente gravi.

Riconosco il valore educativo del sistema penitenziario, troppo spesso dimenticato o tradito e ho trovato sollievo ai miei conflitti interiori su questa questione solo nella scoperta della meravigliosa evasione dal regime carcerario che viene concesaa a Volterra anche a persone condannate all’ergastolo attraverso quel capolavoro di umanità, di civiltà e di arte che è la compagnia della Fortezza.

Ma non riesco, non ce la faccio, a porre Riina sullo stesso piano delle persone, neanche delle persone condannate all’ergastolo per delitti gravi.

Lui è oltre, lui è altro, lui è una belva feroce, che non merita la mia compassione.

Quando ho scritto il post, indubbiamente sotto la spinta emotiva dall’aver appena sentito attraverso la radio la notizia, ignoravo che Riina fosee fuori dal carcere da molti mesi, che fosse in cura presso l’ospedale di Parma, in  regime di isolamento.

Allora mi chiedo e chiedo: di che parliamo?

Vogliamo che esca dell’isolamento perché riteniamo il 41 bis una tortura? Il 41 bis non è una condanna a morte. Se ne può uscire.

Riina collabori con la giustizia, sveli gli intrecci tra mafia e politica, contribuisca con le sue dichiarazioni a sferrare un definitivo colpo di scure alla mafia, entri in regime di protezione insieme alla sua famiglia e così muoia tra le braccia dei suoi cari.

Tommaso Buscetta ha pagato un prezzo alto per le sue rivelazioni, ma ha contribuito alla condanna di molti individui pericolosi.

E sinceramente mi stupisce che sulla morte di Bernardo Provenzano, morto in condizioni di totale isolamento, non ci sia stata la levata di scudi del garantismo di rete che ho visto in favore di Totò u Curtu, il boia di Corleone.

A parità di delinquenza cosa fa la differenza?

Rivendico tutto quanto ho scritto, lo ribadisco anche a mente fredda, fuori dell’onda emotiva e saluto con affetto i giornalisti del Dolomiti, giovane testata che forse dovrebbe dare meno voce ai post e più spazio alle persone, magari citando anche chi ha maggiore autorevolezza di me, come don Ciotti e Gratteri

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